Smart working e workplace, come cambia il lavoro

Smart working e workplace, time sheet e coffee break. Inglesismi a parte, all’inizio, durante e post lockdown, tutti ma proprio tutti hanno sentito parlare di questi termini riferendosi al lavoro.
Ma cosa è cambiato dopo l’emergenza Covid-19? Tutto. Ma non tutti se ne rendono conto. E non tutti prendono sul serio il lavoro di chi sta davanti al pc.
Ma che significa “stare davanti al pc”? Provo a fare un piccolo ma esplicativo punto sulla questione. Questa riflessione nasce dall’esternazione di Giuseppe Sala. Sì, perché se il sindaco di quella che considero una delle città più smart e hi-tech dell’Italia, ha affermato che “bisogna tornare a lavorare”, credo che il termine “smart working” non sia stato compreso a sufficienza.

La Milano imprenditrice e industrializzata. Sala e il (suo) concetto di lavoro

Quella del sindaco di Milano è una dichiarazione aberrante e legata forse più al concetto di lavoro nel pubblico. Di conseguenza, questa affermazione combacia con tutta una serie di dinamiche che ne conseguono come l’essere osservati fisicamente dal capo sul posto di lavoro e la timbratura del cartellino.
Il sindaco Sala ha affermato quanto segue: “io sono molto contento che il lockdown ci abbia insegnato lo smart working e ne ho fatto ampio uso in Comune, ma ora è il momento di tornare a lavorare perché l’effetto grotta, per cui siamo a casa e prendiamo lo stipendio, ha i suoi pericoli”.
Esatto. Ha detto proprio questo. In questo discorso vorrei evidenziare almeno tre punti:

  1. Lo smart working è diverso dal telelavoro
  2. Il dipendente pubblico non è il dipendente privato o il freelance
  3. La Pubblica Amministrazione non era preparata a questo genere di emergenza

Facendo di tutta l’erba un fascio (di lavoratori), Sala ha confuso il pubblico con il privato. Ci sono delle sostanziali differenza tra lo smart working (lavoro agile) e telelavoro fino al remote working (lavoro da remoto).
Probabilmente Sala ha ragione sui dipendenti pubblici. La macchina lavorativa si è arrestata, andando per poco “in vacanza” forzata. La causa però potrebbe essere dovuta all’ancora acerba digitalizzazione della macchina pubblica. La PM sta sicuramente lavorando per essere più tecnologica e all’avanguardia, ma essendo stata investita improvvisamente dall’emergenza Covid-19, si è ritrovata impreparata.

Smart working, telelavoro, lavoro da remoto. La differenza sta nel tempo e negli obiettivi

C’è la sede dell’ufficio tradizionale e il workplace, ovvero il luogo che fai tuo per lavorare in modo più confortevole possibile. Ci sono le canoniche 8 ore e le ore che non si contano perché c’è una deadline per la consegna di un progetto. C’è l’ora di pranzo in mensa e la “schiscetta” davanti al pc. C’è la timbratura fisica del cartellino e c’è il time sheet che “è importante da consegnare almeno entro ogni fine mese”.
Queste sono alcune delle differenze più evidenti tra le tipologie di lavoro presenti. Ma come si distinguono esattamente queste modalità di lavoro?

Lo smart working è la modalità di lavoro subordinato caratterizzato dall’assenza di vincoli orari o spaziali. Il lavoro agile si basa sull’organizzazione di fasi, cicli e obiettivi che si stabiliscono tra dipendente e datore di lavoro. Insomma, posso lavorare un’ora o dieci, davanti una scrivania o al mare. L’importante è portare a termine il progetto su cui si lavora.
Il telelavoro è la modalità di lavoro caratterizzato da precisi vincoli stabiliti nel contratto. Ad esempio in merito al luogo di lavoro, che può essere casa o un’altra postazione certificata dall’azienda, agli orari e altri aspetti che decide il datore di lavoro e che comunica al lavoratore.
Il lavoro da remoto è la modalità di svolgere la propria mansione da uno spazio diverso dalla classica sede contrattuale di lavoro. Se vogliamo, il remote working è un’evoluzione del telelavoro.

Dunque, la differenza tra lo smart working e il remote working sta nel fatto che nel primo caso si parla di obiettivi, nel secondo di continuità. È questione di tempo. Letteralmente.
Se il dipendente si valuta sul raggiungimento dell’obiettivo, la quantità di ore verrà sorpassata dall’efficienza del lavoro svolto. Detto in altri termini, se il dipendete completa la mansione richiesta per una determinata attività, poi sarà libero, lo stesso sarà incentivato a svolgerla bene e il prima possibile.
Si tratta di una cultura organizzativa del lavoro. Magari si applicasse davvero!
Siamo onesti. C’è ancora (non nascondiamoci dietro un dito del “non è vero”) il controllo orwelliano del dipendente.

Dallo smart working al south working. Se lavorassimo vicino al mare?

Se entrasse a pieno regime la cultura organizzativa del lavoro in cui non ha importanza stare seduti alla scrivania nella sede dell’ufficio, ma svolgere il proprio a prescindere da ciò, che sia per obiettivi o continuità, si potrebbe attuare un’altra splendida e utopica azione: ripopolare il Sud. E al Sud, si sa, c’è il mare.

Ho letto su Repubblica che un gruppo di giovani lavoratori ha lanciato un progetto pilota che si chiama South working – lavorare dal Sud.
Sento già giubili e cori da stadio per i genitori. Ma a parte gli scherzi, di che si tratta?
Su Facebook si legge che: “South Working – Lavorare dal Sud è un progetto di Global Shapers – Palermo Hub, per studiare il fenomeno dello smart working localizzato in una sede diversa da quella del datore di lavoro, in particolare dal Sud Italia, con i suoi pro e contro; aiutare lavoratori che vogliano intraprendere questa modalità di lavoro; formulare delle proposte di policy in questo campo. L’obiettivo di lungo termine è quello di stimolare l’economia del Sud, aumentare la coesione territoriale tra le varie regioni d’Italia e d’Europa e creare un terreno fertile per le innovazioni e la crescita al Sud.”

Da una nata e cresciuta al Sud e poi emigrata al pseudo Nord (vivo e lavoro a Roma da 6 anni) ritornare in terra natia, con il tenore di vita più sostenibile e un ambiente più sano, non sarebbe una cattiva idea. I fritti della mamma, il mare da un lato e la montagna dall’altro che ti aspettano, la passeggiata senza schivare nessuno sulle scale mobili. Il post office dei sogni! Lavorare sì, ma “lavorare con lentezza” per citare Enzo Del Re.
Certo, andrebbe cambiata un po’ la mentalità autoctona. Ma questo è un altro discorso.

Non dimenticatevi del tempo libero. Siate felici!

Dopo l’emergenza causata dal Covid-19, la maggior parte dei lavoratori ha compreso cosa significa lavorare da casa, con tutti i pro e i contro del caso. Sono esattamente 4 mesi circa di lavoro agile, da remoto o come lo vogliate chiamare. Certamente, sono cambiate le nostre abitudini e le nostre routine.
Ma anche in questa nuova dimensione del lavoro, ciò che non va dimenticato è il tempo libero. Se ne parla fin dall’antica Grecia. Uno in particolare ha fatto una straordinaria riflessione: Aristotele.

“Lo scopo del lavoro è quello di guadagnarsi il tempo libero”. Nel VII libro dell’opera Politica, Aristotele sostiene che l’uomo, definito come animale sociale (politikòn zôon) deve coltivare il tempo libero (scholè). Una volta che si dispone del tempo libero, l’uomo può impiegarlo al servizio di se stesso.
Aggiungo che il tempo libero è la condizione peculiare della felicità. Felicità definita nel V libro dell’opera Etica Nicomachea come fine ultimo dell’esistenza umana.

Quindi, lavorate sì. Ma non dimenticatevi del tempo libero. Siate felici!

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